Il
valore simbolico del cibo è da sempre parte integrante
dell'azione stessa del mangiare e soprattutto nel periodo a cavallo tra
Medioevo e Rinascimento esso assurge a vero e proprio elemento
discriminante del Convivio. I grandi ricettari medievali, a partire dal
celebre "Liber de Coquina" (nato alla corte Angioina di Napoli, poi
modificato secondo le esigenze locali), passando attraverso l'opera di
Maestro Martino, così come i vari ricettari rinascimentali fino
a quello di Bartolomeo Scappi, hanno spesso alla base le stesse
"materie prime", ciò che ne diversifica il valore sociale,
permettendoci quindi di distinguere una cucina popolare da una nobile,
è invece l'uso simbolico che di esse ne fa il cuoco.
La permanenza di
sapori e gusti che passano dalle cucine del popolo a quelle di corte,
è una caratteristica fondamentale dell'alimentazione medievale:
prodotti umili come le verdure, e specificatamente i legumi (vero e
proprio leit motiv delle pietanze popolari) nelle loro preparazioni
tipiche, come le zuppe e le farinate, sono presenti sia nelle ricette
contadine che in quelle dei nobili.
Nel primo caso
però esse rappresentano spesso l'unica pietanza disponibile, a
mo' di succedaneo della carne (inaccessibile ai più poveri) e
persino del pane, soprattutto nei periodi di grande carestia, in cui
ogni granaglia veniva frantumata e trasformata in farina per farne pane.
Nei ricettari dei
Nobili le stesse pietanze vengono nobilitate appunto perché
accostate a cibi alti e costosi: ecco quindi che la classica "fava
infranta" (piatto a base di fave, pane ed olio) della tradizione
contadina si ritrova adagiata accanto all'arrosto di capriolo, fungendo
da abbellimento del piatto principale.
La
Nobilitazione Del Cibo Contadino
Il prodotto umile viene quindi nobilitato a tavola, ma la sua natura
nutrizionale resta la stessa per ogni ceto sociale. Ecco quindi
l'importanza della domanda iniziale:chi mangia detta il simbolo insieme
all'uso; l'aglio (e la salsa che ne prende il nome, l'agliata) resta
cibo "rusticano" ma diventa artificiosamente civile quando viene posto
accanto o sopra "arrosto di pavaro".
Nel momento in cui l'aglio si conficca nel papero arrosto (di
nuovo con tutta la simbologia del cibo, in questo caso non si
può non ricordare il povero cigno che nei "Carmina Burana" viene
appunto arrostito a mo' di papero) esso si nobilita.
Secondo tratto di nobilitazione del cibo contadino è nell'uso
delle spezie: esse rappresentano la ricchezza per eccellenza, in quanto
rare e molto costose, l'uso smodato di spezie a tavola è
sintomatico della ricchezza del Signore. Chi ha molti soldi pretende
molte spezie, anche a rischio si rendere immangiabile il cibo
così proposto; l'esagerazione nell'uso delle spezie (cannella,
pepe, zafferano, cinnamomo, cardamomo ecc..) è una
caratteristica dei Nobili rinascimentali.
All'interno dello già citato Liber de Coquina sono presenti
alcune ricette in cui le spezie vengono indicate in quantità
spropositate rispetto alla vivanda (e ciò renderebbe del tutto
immangiabile qualsiasi cibo), proprio per esaltarne
l'esclusività, la destinazione nobile, ad esclusione del popolo.
Una volta chiarito quindi l'equivoco di fondo, possiamo finalmente
prestare la nostra attenzione al "cosa si mangia" nel Medioevo: alcune
vivande sono - per così dire - trasversali, ovvero appaiono sia
nelle cucine del popolo che in quelle dei sovrani, tra queste possiamo
ribadire l'importanza dei legumi e dei cereali, così come delle
bevande (il vino soprattutto), mentre dobbiamo iniziare a fare delle
distinzioni per ciò che riguarda l'uso ed il consumo della
carne.
La carne riveste un ruolo sociale e simbolico assoluto, pari forse solo
al ruolo del pane (che però ha una valenza anche religiosa,
pensiamo solo all'eucaristia cristiana): essa è presente
prevalentemente sulle tavole dei signori, mentre ai villani è
interdetta, o almeno limitata alle parti meno nobili.
Cibo
e Letteratura
La letteratura ci offre spunti molto interessanti a tal proposito,
basti pensare al Decamerone di Boccaccio,o al mito di Cuccagna, in cui
i polli arrosto e le anatre (ancora!) allo spiedo sono elementi
essenziali dell'onirico contadino. Per ciò che riguarda le parti
della carne carne in questione, tutti hanno ben presente l'immagine
tradizionale del re che banchetta a base di coscio d'agnello, mentre il
povero Bertoldo è costretto a cibarsi delle interiora (il
cosiddetto "quinto quarto" dell'animale) oppure - se fortunato -
dell'interno dell'oca ripiena.
In ogni caso si tratta di una vera e propria esclusione del popolo
dall'esteriorità e vigoria delle parti nobili degli animali,
così come ci è nota l'usanza (anche grazie alle leggende
di Robin Hood) storicamente attestata, soprattutto in Inghilterra, di
vietare l'ingresso e la caccia (nobile sport) al popolo all'interno dei
parchi reali per cacciare selvaggina.
Da tutto ciò possiamo ben comprendere come la carne
rappresentasse un vero e proprio spartiacque sociale nel
Medioevo, e contemporaneamente accresce anche l'importanza di un
animale, il meno nobile, per la gastronomia dell'epoca, ovvero il
maiale.
Alcuni storici pongono l'attenzione su una sorta di "linea gotica"
alimentare che sembra attraversare l'Italia Medievale: nella cosiddetta
"Longobardia" e parzialmente nel Ducato di Spoleto si tende la
cosiddetta linea della "birra-maiale" nell'accezione del lardo),
mentre a sud, nella "Romania" e nelle due Sicilie parliamo di linea
"vino-olio".
Le
Taverne Medievali
Simile attenzione è posta poi anche alla composizione della
bevanda stessa: si proibisce l'aggiunta di spezie e zuccheri che
possano alterarne il sapore o la gradazione alcolica. Interessante
è inoltre il capitolo che regola la vendita del vino novello:
chiunque ne voglia vendere in città, nel periodo indicato
(Novembre - Dicembre) dovrà porre all'esterno della propria
Locanda un rametto d'ulivo o d'altra pianta, e ciò starà
ad indicare la vendita del nuovo vino.
Curioso è il legame onomastico tra questo uso medievale ed il
nome attribuito popolarmente al classico bicchiere di vino (ancora
oggi), ovvero la "foglietta" proprio nella inconsapevole memoria
di tale usanza.Cosa si serve nelle taverne medievali? Vino soprattutto,
ma anche "claereria", ovvero vino speziato, più forte,
distribuito anche dagli Speziali della città, e qui presente. Il
cibo è popolare: dalle paniccie (focacce di cereali o
legumi) alle torte, prodotte ancora oggi in Umbria con i cosiddetti
"testi" allo stesso modo.
Le pietanze da Taverna devono garantire un buon commercio del vino, e
quindi devono stimolare la sete: la minestra di fagioli secchi ad
esempio, molto salata, detta anche "Macco" (dalla medesima etimologia
"maccare", "ammaccare" ovvero ridurre a farina e impastare, nasceranno
poi i maccheroni - gnocchi, nel significato più antico del
termine, una vivanda cara alla cucina contadina), e lo lo
scapece, ovvero pesce fritto e poi marinato in sale ed aceto per
una lunga conservazione. Proprio questo cibo viene esplicitamente
definito "schibezia a tavernaio" in un ricettario del XIV secolo.
A
Tavola Nelle Taverne
Interessante notare, inoltre, come le taverne medievali siano luoghi in
cui non valgono le differenze di ceto sociale, differentemente
dal convivio domestico (e soprattutto quello dei nobili) in cui invece
la distanza dal Capotavola diventa quasi metafora di grado
vassallatico, per cui gli ospiti più vicini al Signore lo sono
anche dal punto di vista sociale, mentre la distanza che aumenta al
desco simboleggia anche la distanza sociale. Nelle taverne vigono
invece i tavoli rotondi, dove (come ci spiega bene il mito
Arturiano) tutti gli ospiti hanno pari grado: ciò ci è
testimoniato sia dalle descrizioni letterarie che da qualche immagine
dell'epoca.
A
tavola
Per tutta l'antichità e fino ai giorni nostri, lo stare a tavola
è sempre stato un fatto distintivo. Nel periodo medievale questo
era particolarmente accentuato dal fatto, almeno fin quasi al 1300,
della mancanza di classi intermedie. I nobili, avendo più mezzi
economici, potevano permettersi cose che li distinguessero dal popolo.
Abbondavano così nell'uso della carne di tutti quei prodotti che
al popolo veniva difficile reperire. La carne (soprattutto di
cacciagione) e le spezie in modo particolare. Ostentavano questa loro
ricchezza, a volte, nell'esagerazione dei gusti, proponendo piatti
talmente ricchi di spezie o altro, da risultare il più delle
volte, ai nostri palati, improponibile. Al popolo veniva consentito
l'uso di quello che coltivavano ed allevavano. Ed è di queste
ricette a noi pervenute, che vogliamo presentare una piccola
campionatura. Di seguito presenteremo anche alcune bevande, da usarsi
in occasioni particolari a vostra scelta.
Erbetella
cocta in padella
Se
tu voi fare erbetella cocta in padella, coy menta e salvia e
petrosemolo e ogni bona erba che tu poy havere, pesta ogni cosa insema
in un mortaro, e lardo e destempera con ova e così in padella
con del grasso.
Frittole
Piglia
di farina once quattro, povine fresche tre o di formaggio fresco libbra
una, e di formaggio duro libbra mezza, grattato di formaggio salato
once tre e tanto levaturo quanto mezzo uovo. Pista bene ogni cosa nel
mortaio. E poni le ova sei battute seco, e uno bicchiere di latte, e
once tre d'acqua rosa e mescola bene ogni cosa insieme. E se ti paresse
che il detto pastume fosse troppo duro, gli aggiungerai un poco di
latte, tanto che stia bene, e once tre di uva passa e per tempo
d'estate gli porrai un'oncia di fiore di sambuco a pistare seco. E poi
con una gucchiara farai le tue frittole, grandi e piccole, secondo che
ti parerà. Poi le cuocerai in grasso colato o butiro, o
dileguito libbre tre. E come saranno cotte, e per imbandirsi gli
ponerai sopra di zucchero grattato once quattro.
Pollo
con lardo e amandole
Affare
limonia suffrigi li pulli con lardo e con cepe. Tria le amadole che
siano mondate et si le distempera con lardo di carne de porco, et si le
coci colli dicti pulli et con spetie et se tu non ay amandole, spessa
tu dicto brodo con ruscio de ova, et quanto serrà presso ora de
menestrare, mitice suco di lumuni o de citraculi. |
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Le
bevande
Ipocrasso
Ottimo aperitivo,
accompagna anche le carni rosse
Magica fusione del corposo vino addolcito dal miele: aromatico dal
gusto piccante.
Vino rosso e fermo
(Dolcetto) un litro
150 gr. di miele
d'acacia
8 gr. di zenzero
8 gr. di cannella
1 pezzetto
(equivalente alla falangetta di un pollice) di radice di galanga
Far macerare una
notte in infusione e poi filtrare.
Moretum
Bevanda prediletta
nei convivi dei Templari, ottima per accompagnare tutti i cibi, inclusa
la selvaggina.
La base è un
ottimo vino rosso, mediamente corposo, verso l'asciutto (Merlot)
Preparare un liquore ben filtrato creato dall'infusione di more in
alcool etilico. Addolcire appena con miele d'acacia. Miscela in modo da
ottenere un vino decisamente dedicato alle carni importanti
(fondamentalmente asciutto, leggermente fruttato e impercettibilmente
addolcito, dalle "spalle" irrobustite da un liquore che non deve essere
riconoscibile, quindi ben amalgamato).
L'idromele
Ingredienti
1. 350 g. di alcool a
90°
2. 1 l. d'acqua
3. 400 g. di miele
4. 2 g di corteccia
di cannella
5. 0,5 g di chiodi di
garofano
6. 1 scorza di limone |
Preparazione
Era
questa la bevanda degli dei tanto decantata da Platone? Chi ne prova il
sapore sarebbe tentato di rispondere si. Lasciate macerare nell'alcool,
in un vaso ben chiuso, la cannella i chiodi di garofano, la scorza del
limone (solo la parte gialla) per 10 giorni. Trascorso questo periodo
filtrate. Mescolate il miele con l'acqua e fate bollire sino a ridurre
di metà il volume della soluzione; lasciate intiepidire e
versatela al
macerato.Quando si raffredda, imbottigliate chiudendo con ceralacca e
sughero. Quando avvicinerete il liquore alle labbra vi parrà di
avvertire il bacio di Venere posarsi su di voi. Usatelo come un
energico ricostituente. |
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